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“Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo

Al centro del notevole romanzo di Francesco Piccolo “Il desiderio di essere come tutti” pubblicato lo scorso anno e vincitore del prestigioso Premio Strega, c’è il racconto personale e sincero di due personalità: Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi, rispettivamente l'amato leader del Partito comunista italiano negli anni Settanta e primi anni Ottanta, e il ben noto Silvio Berlusconi, che di certo non ha bisogno di presentazioni. Francesco Piccolo ha cinquant'anni, ha trascorso la sua vita lavorativa tra queste due figure: è sceneggiatore e autore, direttore artistico, tra le varie cose, del Festival di Sanremo, a suo agio con il populismo,…

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Conclusione : Un viaggio nella storia italiana, vista dagli occhi di chi l'ha vissuta e sentita nel profondo.

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Al centro del notevole romanzo di Francesco Piccolo “Il desiderio di essere come tutti” pubblicato lo scorso anno e vincitore del prestigioso Premio Strega, c’è il racconto personale e sincero di due personalità: Enrico Berlinguer e Silvio Berlusconi, rispettivamente l’amato leader del Partito comunista italiano negli anni Settanta e primi anni Ottanta, e il ben noto Silvio Berlusconi, che di certo non ha bisogno di presentazioni.

Francesco Piccolo ha cinquant’anni, ha trascorso la sua vita lavorativa tra queste due figure: è sceneggiatore e autore, direttore artistico, tra le varie cose, del Festival di Sanremo, a suo agio con il populismo, così come con la cultura pop in Italia. Due parti del libro, “La vita pura: Io e Belringuer” e “La vita impura-Io e Berlusconi”, implicano una rappresentazione semplicistica degli ultimi quarant’anni di vita italiana, ma il romanzo non è così facile come quella dicotomia potrebbe suggerire; è una bella, sottile evocazione della vita di una sola persona, narrata all’interno di una cornice ben più ampia, la storia con la s maiuscola di un intero paese.

Piccolo esplora gli anni di piombo, il periodo tumultuoso a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni ottanta. Su questa tela, dipinge una storia dalle sue esperienze di quegli anni, al centro della quale c’è il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978.

La scena di apertura del romanzo è ambientata nel tardo pomeriggio, nel parco deserto della Reggia di Caserta. Un amico del protagonista gli svela un luogo segreto nel parco della splendida reggia, dove c’è un congelatore non custodito contenente una montagna di gelato Mentre gli altri due ragazzi, carichi di panini, gelati e cornetti Algida rubati, scavalcano il muro, il narratore rimane indietro, per poi ritrovarsi assolutamente solo in questo immenso luogo di maestosa bellezza.

Questa esperienza visionaria segna il momento in cui il narratore prende coscienza del mondo esterno. E la sua infanzia è scossa da due grandi eventi degli anni Settanta: l’epidemia di colera del 1973 e il terribile terremoto dell’Irpinia del 1980. Il colera è una malattia terribile, medievale, e il fatto che una città moderna avrebbe potuto cadere vittima di essa dice tutto ciò che deve essere detto a proposito dei fallimenti della classe politica italiana del dopoguerra..

Il narratore spende settimane, temendo che quella fitta di dolore alla pancia possa proprio essere un sintomo del colore. E poi un giorno, in un cinema, succede. Ha un vero e proprio attacco di dissenteria, e dilaniato dal terrore pensa che ogni minuto che non va in bagno è un altro minuto da vivere. Quando finalmente arriva a casa, va dritto al bagno e scopre che il liquido che sta espellendo con tanta paura non è bianco. Come ogni altra estate, la madre del narratore ha segretamente somministrato un purgante, pillola abitudinaria del regime generale di salute medievale napoletana. E lui la odia per questo. La odia per superficialità. Odia la leggerezza con cui la madre persiste nella vita ordinaria, anche se nel bel mezzo di un disastro insopportabile.

Crescendo, racconta di come cade in una passione radicale: il punto di svolta è una vittoria di ai mondiali di calcio da parte del team della Germania dell’est; come molti del tempo si scopre ammiratore di Enrico Berlinguer, che dal 1972 fino alla sua morte fu capo del Partito comunista, leader comunista come una sorta di Cristo italiano che incarna decenza, rispetto umano, mancanza di superficialità. Ma quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, comincia a mettere in discussione la sua ortodossia.

Più tardi, dopo il terremoto dell’Irpinia, la sua coscienza è ancora più agitata, la superficialità che una volta ha riconosciuto in sua madre sta prendendo una forma politica; negli anni Ottanta, la statura morale del Partito Comunista Italiano cede al trambusto affarismo del Partito Socialista Italiano e al suo leader, Bettino Craxi. E ‘difficile sopravvalutare la corruzione che ha pervaso l’Italia degli anni ottanta e Craxi era uno stretto alleato sì, di Silvio Berlusconi. Craxi infine fuggirà dall’Italia, morendo di cancro in esilio. Con Craxi andato, Berlusconi va alla ricerca di un sostituto. Per poi decidere che il candidato migliore era lui stesso.

Quindi la cosa fondamentale da capire è che Craxi e Berlusconi sono in gran parte una singola entità, che opera in sincronia nella storia politica d’Italia. Uno dei momenti più crudeli e grotteschi di quella storia accade nel 1984, quando Enrico Berlinguer è stato invitato a parlare al congresso del partito socialista. E ‘una tradizione, quella di invitare il collega-rivale ad affrontare il rango del partito e la folla dei presenti, ma questo congresso era diverso. Questo era un partito di affaristi e conniventi, un partito che intuì che la sua occasione era a portata di mano, un partito che disprezzava l’attaccamento di Berlinguer al bene del popolo, ai principi di giustizia sociale, all’idea di uguaglianza economica. Il narratore descrive come Berlinguer si fa strada nel palazzetto dello sport dove si teneva il congresso, come un coro di “sce-ee-emo”, accompagnato da una sinfonia stridula di fischi di scherno. E come Craxi, il giorno dopo, si rivolse ai suoi seguaci, ora un po ‘imbarazzato, ma ancora provocatorio, dichiarando, “Non ho fischiato. Ma questo è solo perché non so come si fa. ”

Meno di un mese dopo, un Berlinguer ormai provato dalla malattia pur affrontando una pubblica assemblea, moriva, un mese e un giorno dopo essere stato fischiato in silenzio. Il suo funerale a Roma è stato un evento epocale, due milioni di persone si sono radunate, e il giornale comunista, L’Unità, titolava la prima pagina a caratteri cubitali, usando la parola TUTTI. “Tutti.” Ma mentre accade questo, il narratore sta a casa, da solo, ha paura di far parte di quei “tutti”, certo che lui non è davvero il comunista che finge di essere. Egli era, dopo tutto, un comunista che in seguito sarebbe diventato un romanziere di successo e sceneggiatore, un comunista con un sacco di soldi, un comunista che è in realtà pubblicato da una casa editrice di proprietà di Berlusconi. E un comunista che, come tutti gli italiani della sua generazione, ha vissuto qualcosa di molto vicino a una guerra civile. Eppure, come la bara si muove attraverso la folla, dalla piccola televisione osserva, china la testa, sgorgano le lacrime, mentre tiene il pugno destro in alto, come gesto di estrema solidarietà.

La Reggia di Caserta, ricompare con l’inizio della seconda parte del libro, quando il narratore, ormai trent’anni e membro di lunga data del Partito comunista italiano, descrive l’avvento di Silvio Berlusconi, in una riunione del G7 tenutosi nel 1994, proprio alla Reggia di Caserta.

La seconda metà del libro è una meditazione intelligente sul vivere nei venti anni di Berlusconi, ma contiene anche un approfondimento dell’importanza della superficialità: è meglio vivere con superficialità.

In tutto il libro, un coro di compagni comunisti dice che è il momento di lasciare l’Italia, che è impossibile vivere in un’Italia governata da Berlusconi. Ma cosa succede ami l’Italia? Che cosa succede se ​​amate gli italiani, in tutta la loro implacabile idiosincrasia esasperante? Ed è così che finisce Piccolo: “Coloro che dicono di voler lasciare questo paese, o semplicemente trascorrono tutta la loro vita dicendo che lo vogliono lasciare, lo fanno perché vogliono salvare se stessi. Beh, io resto qui. Perché io non voglio essere salvato. “

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Blogger, contributor e appassionati di due mondi: editoria e libri.

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