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“Livelli di vita” di Julian Barnes

Il nuovo libro di Julian Barnes è, in parte, incentrato sul dolore che ha sofferto (e continua a soffrire) dopo la morte della moglie, l'agente letterario Pat Kavanagh, avvenuta nel 2008. Ci sono voluti parecchi anni perché lo scrittore fosse pronto ad esprimere il suo dolore per iscritto, non perché gli mancassero le parole (ne ha scritte centinaia di migliaia in un diario), ma perché aveva bisogno di trovare la forma giusta. Sua moglie non amava l'attenzione del pubblico: un libro confessionale, di memorie, non sarebbe stato adatto. La categoria cui il libro aspira lo fa sembrare disarticolato in un…

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Conclusione : Un libro profondo, che dialoga con il lettore solo fino a un certo punto.

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Il nuovo libro di Julian Barnes è, in parte, incentrato sul dolore che ha sofferto (e continua a soffrire) dopo la morte della moglie, l’agente letterario Pat Kavanagh, avvenuta nel 2008. Ci sono voluti parecchi anni perché lo scrittore fosse pronto ad esprimere il suo dolore per iscritto, non perché gli mancassero le parole (ne ha scritte centinaia di migliaia in un diario), ma perché aveva bisogno di trovare la forma giusta. Sua moglie non amava l’attenzione del pubblico: un libro confessionale, di memorie, non sarebbe stato adatto. La categoria cui il libro aspira lo fa sembrare disarticolato in un primo momento, fino a quando i suoi diversi temi gradualmente convergono in un solo grande oceano.

“Hai messo insieme due cose che non sono state messi insieme prima” inizia “e il mondo è cambiato”. Questo è vero per l’amore, ma anche per l’arte. Ezra Pound ha fatto della combinazione di cose diverse un principio di imagismo, come avviene nel suo poema su una stazione della Metropolitana di Parigi: “L’apparizione di questi volti nella folla: / petali su un umido, nero ramo”. Volti e petali fanno una combinazione visiva immediata. I temi che preoccupano Barnes – l’amore e la mongolfiera (e il dolore e la fotografia) – ci mettono un po’ prima di allinearsi, ma scoprire come lo fanno è metà del piacere che ti riserva la lettura di questo libro. Come lettori, abbiamo del lavoro da fare – non come il dolore e il lavoro dell’autore, ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

La prima sezione del libro offre una breve storia della mongolfiera anglo-francese del 19° secolo, con il pioniere della fotografia aerea – Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar – nel ruolo di protagonista. Proprio come ogni storia d’amore è una storia di dolore potenziale, così ogni palloncino che sale esultante è un potenziale disastro; così come c’è la libertà e l’avventura, c’è anche l’arroganza e la farsa. Nadar era doppiamente innovativo: egli non solo conquistò le nuvole, colonizzando lo spazio di Dio, ma scattò anche le immagini, quando tutto il nostro immaginario precedente era stato legato alla terra. È la capacità di “guardare a noi stessi da lontano, per rendere il soggettivo improvvisamente oggettivo” che Barnes ammira in Nadar – questo e il fatto che era “affezionato alla moglie”, una parola che ritorna più avanti e che lo salva da una relazione impropria con se stesso.

Altri due aeronauti pionieri erano il colonnello inglese Fred Burnaby e l’attrice francese Sarah Bernhardt, entrambi personaggi sublimi, nonostante l’esistenza della Bernhardt sia stata così sottile. Nella seconda sezione del libro, B & B si ritrovano. “Possiamo stabilire che si sono incontrati” Barnes scrive – più come effetto del costruire una storia intorno a loro, che per una base fattuale. Presto sono spinti verso il matrimonio (oppure Burnaby immagina che lo siano). Non che la Bernhardt si limiti a flirtare. Ma lei è troppo occupata a divertirsi, non cerca “impegni”.

Respinto, Burnaby si chiede se non sia meglio vivere tra le nuvole, illuso, che a livello della realtà. “Il dolore sarebbe durato diversi anni.”

Burnaby morì nel 1885, in una battaglia in Sudan trafitto da una lancia. Barnes sentiva di aver subito una sorte simile, proprio come un palloncino bucato, quando la moglie muore a soli 37 giorni dalla diagnosi di tumore al cervello. Mentre le prime due sezioni ritraggono la vita in aria e sulla terra, le brucianti 50 pagine del saggio che conclude il libro descrivono la discesa agli inferi- nessuna prospettiva, solo buio e disperazione. Niente lo aveva preparato: non la morte dei suoi genitori, né tutto il pensiero della morte che era confluito nel suo libro “Niente di cui aver paura” pubblicato pochi mesi prima.

Certe cose dette, o non dette, hanno solo peggiorato le cose: gli amici che gli suggeriscono di scappare mentre loro accudiscono la casa e il cane (questo mentre la moglie non è ancora morta); quelli che fanno finta di non sentire quando egli menziona il suo nome; quelli che chiedono – convinti che stia meglio – “hai incontrato qualcuno?”. Chi vive un dolore così, raramente sa quello che vuole, tanto che queste sviste sono irrilevanti, di certo non irrimediabili. Che cosa importa, dopotutto, quando il peggio è accaduto?

Una per una, le più classiche consolazioni offerte a chi sta soffrendo vengono analizzate e ripudiate: la sofferenza che ti rende più forte; le cose si fanno più facili dopo il primo anno, (“perché l’abitudine dovrebbe significare meno dolore?”); voi due sarete riuniti nella prossima vita (cosa che nessun ateo può credere). Egli si spinge fino al pensiero del suicidio e spiega il motivo per cui non è crollato: solo lui serba il ricordo di sua moglie, e se si uccide svanirà per sempre anche la memoria di Pat.

“Pat Kavanagh è stato il mio agente per 30 anni; è difficile per me essere obiettivo. Ma questo non è un libro scritto per le persone che l’hanno conosciuta. Né una storia della sua vita e della sua ultima settimana”. Coerente con il suo dolore, Barnes resta protettivo della privacy; se la sua foto è sul retro della copertina, il suo nome non compare nel testo. Angosciato da come molti ricordi di lei sono sfumati, come se stesse scivolando via una seconda volta, egli elenca le cose che si ricorda – l’ultimo libro che ha letto, l’ultimo vino che ha bevuto, gli ultimi vestiti che ha comprato. Ma senza rivelare quali fossero.

“Livelli di vita” è un libro che dialoga con noi solo fino a un certo punto. La sua risonanza deriva da tutto ciò che non dice, così come dalla profondità dell’amore si deduce il deserto di dolore in cui Barnes sopravvive.

Redazione

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Blogger, contributor e appassionati di due mondi: editoria e libri.

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